Il 17 aprile scorso l’Arcivescovo Mario ha presieduto in Duomo la Messa Crismale, concelebrando con tutti i preti della nostra Diocesi. È l’occasione nella quale noi presbiteri rinnoviamo le promesse fatte il giorno della nostra ordinazione. Al termine della Messa, l’Arcivescovo ha ricordato alcune categorie di preti, tra cui i “preti fidei donum”. L’espressione latina significa “dono di fede” ed è il titolo di una Enciclica di Pio XII che invitò le Diocesi più “ricche” di preti a fare un “dono di fede” alle Chiese più giovani e meno strutturate. Negli anni ciò si è tradotto nell’invio di presbiteri, religiosi e anche laici e famiglie in paesi “di missione” per un tempo determinato. Al termine della permanenza missionaria, i fidei donum rientrano nella loro Diocesi di provenienza e diventano “dono” con la loro esperienza per la Chiesa che li ha generati.
In particolare, l’Arcivescovo ha detto: «Abbiamo una presenza significativa [di preti missionari] e se qualcuno avesse una disponibilità sarà accolta volentieri da me e sarà motivo di gratitudine per le Chiese in cui operano». All’udire le parole dell’Arcivescovo è nata spontaneamente nel mio cuore una semplice domanda: “perché no?”. Ho custodito questa reazione nel mio cuore mentre uscivo dal Duomo. Appena giunto in piazza ho riacceso lo smartphone e ho ricevuto il messaggio di uno zio che mi comunicava che la TAC a cui si era sottoposta la mia mamma in mattinata aveva evidenziato il tumore che esattamente tre mesi dopo l’avrebbe condotta alla morte.
Nelle settimane successive al funerale della mamma la frase dell’Arcivescovo è tornata a risuonare in me. Così a settembre in un breve colloquio gli ho detto semplicemente: “Ho sentito quanto ha detto in Duomo. Se crede che io possa andare bene, ci sono”. L’Arcivescovo è stato molto contento e ha subito accettato.
Prima di dire il mio “sì” definitivo ho chiesto a papà e ai miei fratelli la “benedizione” a questo mio progetto. Papà Maurizio mi ha ricordato che 27 anni fa quando ho interrotto l’università per andare in Seminario mi ha lasciato libero e che anche adesso posso fare “ciò che ti rende contento”. Giovanni ha detto: “Che figo!” e mia sorella sr. Valeria mi ha benedetto.
Confermata la disponibilità, l’Arcivescovo mi ha destinato al Vicariato di Pucallpa in Perù, dove già operano due preti della nostra diocesi. È una Chiesa giovane, nella Amazzonia peruviana (tradotto: niente montagne e molto caldo).
Concretamente concluderò questo anno pastorale all’Annunciazione: abbiamo davanti la Quaresima, la Pasqua, le Comunioni e le Cresime, come pure le attività estive. A settembre darò le dimissioni da Parroco dell’Annunciazione e comincerò un po’ di formazione per la missione: prima a Verona con tutti i missionari partenti e poi a Lima per la lingua spa- gnola. Il prossimo Natale dovrei celebrarlo a Pucallpa, probabilmente in pantaloncini e infradito.
Ho immaginato alcune domande che possono nascere nel cuore di tanti.
Perché lo fai don? Anzitutto lo faccio perché l’Arcivescovo lo chiede. Vivo con molta gioia e libertà il fatto di accogliere un progetto che non viene da me. Non ho mai pensato alla missione all’estero e sto benissimo all’Annunciazione.
Penso anche che sia un’opportunità bella per la mia fede, per approfondire il mio rapporto con Gesù. Nella sua recente Lettera Dilexi te papa Leone mi ha offerto alcune parole che interpretano quanto sto vivendo: «I più poveri sono […] maestri del Vangelo. Non si tratta di “portar loro” Dio, ma di incontrarlo presso di loro». Questo desiderio mi muove oggi.
Non ti spiace lasciare l’Annunciazione? Certo, tantissimo. Questi sono stati gli anni più belli e intensi del mio ministero. Sento di essermi speso con gioia e generosità, cercando di accompagnare per un tratto di cam- mino ogni persona incontrata. Sono certo di aver raccolto molto più di quanto ho dato e di essere cresciuto tanto, come uomo e come prete. Non esagero quando dico che l’Annunciazione mi ha generato. Sono venuto come parroco e quindi “padre” della comunità: ma è stata l’Annunciazione che si è presa cura di me e mi ha generato, come fa una madre. Ora, con semplicità, riconosco la responsabilità di condividere con altri il dono che sono e i talenti che il Signore mi ha donato.
Che ne sarà dell’Annunciazione? Ciò dipende da quanto ciascuno vorrà offrire per continuare a dare un volto evangelico e accogliente alla nostra Parrocchia. Continuerà la presenza di Laura e Pier: insieme con loro potremo immaginare già nei prossimi mesi i passi successivi, pronti poi ad accogliere il prete che verrà al mio posto.
Il resto, ce lo diciamo a voce. Con affetto,
don Tommaso