Da settembre 2026 don Emilio Rimoldi è il nuovo parroco dell’Annunciazione. Ordinato sacerdote nel 1999, ha svolto il suo ministero a Rho, prima di partire per lo Zambia come fidei donum, dal 2010 al 2018. Dal 2019 al 2026 è stato responsabile di una comunità pastorale di quattro parrocchie a Casciago, nel Varesotto. Lo incontriamo per conoscere il suo percorso e le prospettive della collaborazione con Lanterna.
Don Emilio, immagino che l’esperienza missionaria in Zambia sia stata quella più significativa che ha vissuto nel suo ministero da prete… è così?
L’esperienza come fidei donum mi ha aiutato a comprendere come una cultura diversa possa accogliere il Vangelo. Tornando in Italia, questo mi ha reso più attento al linguaggio religioso: nelle nostre chiese usiamo spesso parole che non corrispondono al linguaggio parlato dalle persone. Anche da qui nasce la fatica nell’annunciare il Vangelo. Credo che la Chiesa abbia bisogno di un linguaggio nuovo e di una maggiore attenzione al contesto sociale in cui vive.
Nel suo percorso ha già incontrato realtà come i doposcuola e i CAG?
Sì, durante il mio servizio a Rho ho conosciuto il doposcuola e lavorato con i CAG, partecipando anche a una consulta con il Comune sui servizi giovanili. L’attenzione ai più piccoli è stata una parte importante di quell’esperienza, insieme al lavoro attorno ai centri di ascolto della Caritas, che permettono di incontrare le povertà e i bisogni delle persone.
Quali aspetti della comunità dell’Annunciazione l’hanno colpita in queste prime settimane?
Una cosa che mi piace di questa realtà è l’attenzione all’accoglienza: la presenza sul territorio, la vicinanza alle persone e alle loro diverse necessità. Più che un’aspettativa, il mio è il desiderio che tutto questo possa continuare. Penso all’ospitalità offerta al doposcuola e alle associazioni che promuovono occasioni di incontro: sono modi concreti per essere vicini a chi vive nel quartiere e per creare comunità.
Che cosa significa oggi creare comunità in una città come Milano?
In una città in cui ciascuno può essere portato a pensare soprattutto a sé stesso, una comunità cristiana è chiamata ad assumersi la responsabilità degli altri. È una prospettiva che ritrovavo anche in ciò che leggevo di Milano quando vivevo altrove e nella linea tracciata dal nostro vescovo. Essere comunità significa coltivare questa attenzione e tradurla in una vicinanza concreta alle persone.
Il quartiere è abitato da persone di provenienze diverse. Come si può vivere bene questa pluralità, secondo lei?
Ci sono tanti nomi stranieri tra le persone che incontriamo. Credo che non si debba leggere questa presenza soltanto attraverso il tema dell’integrazione: possiamo anche imparare da loro. L’incontro diventa così un’occasione per conoscere esperienze diverse e lasciarci arricchire.
Che cosa ha saputo del lavoro svolto da Lanterna insieme alla parrocchia?
Don Tommaso mi ha raccontato della collaborazione con Lanterna, soprattutto per l’oratorio estivo. È un’esperienza che permette di offrire un servizio più lungo nel tempo. C’è poi la realtà del doposcuola: mi pare che siano due ambiti da proseguire e valorizzare. Lanterna sta offrendo un sostegno importante alla pastorale giovanile.
Quale collaborazione immagina per il futuro, in particolare per gli adolescenti?
Il mio desiderio è che, anche attraverso il progetto per gli adolescenti, cresca l’integrazione tra parrocchia e Lanterna. Lanterna non deve essere un ente esterno a cui delegare alcune attività, ma un partner con cui costruire una collaborazione vera e profonda.