Fadoua è nata e cresciuta in Sardegna, dove ha frequentato il liceo linguistico.
Come mai questa scelta?
Semplicemente perché era la scuola più vicina a casa. Ma durante il liceo ha partecipato a un progetto promosso dalla scuola: insieme ad altri volontari andavamo a fare attività molto interessanti all’interno del carcere di Tempio Pausania. Lì ho cominciato a capire che avrei voluto essere psicologa.
E così è stato: dopo il diploma ti sei iscritta all’Università di Sassari, dove hai studiato Scienze e tecniche psicologiche dei processi cognitivi.
Esatto, mi sono laureata nel 2020. Subito dopo la laurea però è arrivato il periodo del Covid: ho deciso di prendermi una pausa, anche perché non volevo proseguire gli studi con l’università a distanza.
E cosa hai fatto?
Ho svolto il Servizio Civile Nazionale per un anno in una comunità per minori a Sassari. Durante quell’esperienza ho deciso di riprendere gli studi e mi sono iscritta alla laurea magistrale in Psicologia dell’intervento clinico e sociale all’Università di Parma, trasferendomi quindi dalla Sardegna. Ho concluso la magistrale nel marzo 2025.
Durante il percorso hai fatto un incontro importante…
Sì, ho conosciuto uno psicologo che coordina un servizio a Milano, una RSA aperta, che mi ha proposto di collaborare. In questo contesto ho iniziato il tirocinio post-laurea per l’abilitazione alla professione di psicologa, attivato a novembre 2025. Per questo motivo mi sono trasferita a Milano, anche se i costi sono proprio alti.
Cosa intendi?
Per poter vivere a Milano, ho partecipato al progetto “Prendi in casa”, che mette insieme giovani e anziani: gli studenti o i giovani lavoratori possono vivere nella casa di persone anziane sole.
Cioè?
L’obiettivo è quello di creare uno scambio generazionale: i giovani trovano un alloggio a prezzi più accessibili rispetto al caro affitti milanese, mentre gli anziani ricevono compagnia.
E tu con chi vivi?
Con Gilda, una donna di 85 anni. L’esperienza del progetto abitativo però è complessa. Gilda ha 85 anni e presenta una situazione di decadimento cognitivo. Nel mio tirocinio sto imparando proprio a lavorare con persone con questo tipo di difficoltà. Il progetto “Prendi in casa” prevede che sia il giovane sia l’anziano siano autonomi e indipendenti, ma nel nostro caso questa condizione non è completamente rispettata, quindi la convivenza non è sempre semplice.
È così che hai cercato un lavoro?
Esatto, cercavo un lavoro part-time che mi permettesse di sostenere le spese mentre proseguo il tirocinio (che terminerà a giugno 2026). Ho trovato l’annuncio del CAG Città Nuova, mi sono candidata tra novembre e dicembre e a gennaio ho iniziato a lavorare lì.
Come sta andando?
Mi trovo molto bene al CAG. È una realtà che prima non conoscevo: le mie precedenti esperienze lavorative erano in ambito educativo, ma non all’interno di un Centro di Aggregazione Giovanile. Ho scoperto un approccio educativo diverso. Apprezzo molto la relazione con i ragazzi. Mi piace il fatto che frequentino spontaneamente il centro e che sia possibile costruire insieme a loro la giornata, sostenendoli anche nel loro percorso scolastico.
Lavori meglio con i ragazzi delle medie o delle superiori?
Funziono meglio con gli adolescenti, fascia d’età con cui mi trovo particolarmente a mio agio. L’adolescenza è la fase della vita che più mi interessa: è un’età che mi affascina e con cui sento di avere una particolare sintonia, anche perché in parte rispecchia la mia identità e il mio percorso.
E il futuro?
Vorrei rimanere a Milano e mi piacerebbe continuare a lavorare al CAG. Nel frattempo però investirò ancora sulla mia formazione: l’idea è quella di iscrivermi a una scuola di psicoterapia e iniziare a lavorare anche come psicologa. Guardando più lontano nel tempo, però, intorno ai 40 anni vorrei tornare in Sardegna, con il desiderio di restituire qualcosa di bello e importante alla mia terra.
Il legame con la tua terra d’origine è proprio forte…
Sì, molto anche se sono italiana di seconda generazione: i miei genitori sono entrambi originari del Marocco. Questo aspetto per me è significativo anche nel lavoro al CAG, perché sento di poter rappresentare e comprendere meglio i ragazzi con background migratorio, accompagnandoli e affiancandoli nel loro percorso.