Da Venezia a Milano, dalla passione per la psicologia alle prime esperienze con i ragazzi, fino all’arrivo al CAG.
Linda Busetto racconta il suo percorso, il libro nato dalla sua tesi e il valore del lavoro in équipe.
Linda, quando hai capito che volevi diventare psicologa?
Lo desideravo già a sette anni. È un interesse che mi ha accompagnata nel tempo e che, attraverso gli studi e le prime esperienze sul campo, è diventato un percorso concreto.
Hai sempre sentito di essere sulla strada giusta?
Non proprio. Ho frequentato il liceo classico Marco Polo a Venezia, ma non è stata una scelta particolarmente adatta a me: le mie inclinazioni erano altre e non ho vissuto bene quegli anni. All’università, invece, ho trovato una formazione che mi corrispondeva. Ho studiato Scienze e tecniche psicologiche presso lo IUSVE (Istituto Universitario Salesiano di Venezia), con un approccio molto laboratoriale: potevo finalmente “mettere le mani in pasta”.
Linda Busetto
Come è nato il tuo interesse per il rapporto tra psicologia e digitale?
Tra gli esami a scelta ho incontrato la cyberpsicologia e la psicologia applicata ai media. Mi interessavano soprattutto la ricerca e le applicazioni nell’ambito educativo. Don Giovanni Fasoli, mio professore, ha colto questa passione e mi ha coinvolta in un tirocinio, dove ho partecipato a percorsi di sensibilizzazione sul digitale. Da lì è nata anche la tesi con lui. Una tesi che poi è diventata un libro.
Ma che meraviglia! Come è andata?
Il professore aveva ricevuto una proposta da una casa editrice e mi ha suggerito di lavorare sul digitale generativo, concentrandomi sul lato positivo dei social. L’idea era rielaborare la tesi per renderla accessibile a tutti, una sorta di strumento nelle mani di educatori e genitori. Così è nato Digital hope, che propone uno sguardo generativo sulla Generazione Z, pubblicato nel gennaio 2025. È stata una bellissima opportunità. Non nego che abbia contato anche trovarmi nel posto giusto al momento giusto: in un’università piccola può essere più facile incontrarsi e far emergere le proprie passioni.
E cosa ti ha spinta a lasciare Venezia per Milano?
Sono nata a Venezia e la mia famiglia è molto radicata nel territorio. A un certo punto, però, sentivo il bisogno di cambiare aria e uscire dal mio guscio. Venezia mi stava stretta: cercavo un ambiente più stimolante, con maggiori opportunità per i giovani. Quando ho dovuto scegliere la magistrale, ho fatto domanda alla Cattolica, l’università che sognavo.
Come hai vissuto il trasferimento?
A giugno 2024 ho iniziato a cercare casa, a luglio mi sono laureata e a settembre ho cominciato la magistrale a Milano. È stato un amore a prima vista, anche se l’impatto con una città così caotica è stato forte, così come il distacco dalla famiglia. Ho incontrato persone molto diverse, tantissimi studenti fuori sede: una ricchezza enorme. E poi ci sono le occasioni di formazione, dai workshop del sabato pomeriggio ai convegni della domenica.
Quale percorso hai scelto alla Cattolica?
La magistrale in Psicologia clinica e della salute: persona, relazioni familiari e di comunità. Mi ha offerto una formazione ampia, su diversi ambiti. Ho svolto un tirocinio al Centro Milanese di Terapia della Famiglia, un’esperienza molto intensa e formativa, durante la quale ho incontrato anche genitori di adolescenti. All’Auxologico di Milano ho invece approfondito il mio interesse per i disturbi del comportamento alimentare. Anche nella tesi magistrale ho ripreso il tema del digitale. Mi sono appena laureata.
Nel frattempo sono arrivate le prime esperienze di lavoro con gli adolescenti…
Sì. Dopo la pubblicazione del libro ero impegnata nelle presentazioni e, proprio in quel periodo, è arrivata un’opportunità legata a un progetto di mentoring. La voce si è sparsa e una pedagogista è venuta a conoscenza del mio percorso. Nella primavera del 2025 ho così iniziato a lavorare con gli adolescenti in un istituto tecnico di Mestre, nell’ambito di un progetto finanziato dal PNRR. Studiavo a Milano e il giovedì sera tornavo a Venezia per essere a scuola il venerdì. A settembre la cooperativa mi ha richiamata per un progetto di orientamento: una settimana di lavoro a tempo pieno.
Che cosa ti ha attratta del lavoro al CAG di Lanterna?
È un lavoro molto bello, in una realtà che propone tanti progetti, attività e opportunità diverse. Dal punto di vista professionale lo trovo stimolante e arricchente: sento che può aiutarmi a crescere. Cercavo anche un ambiente in cui consolidare il mio modo di lavorare insieme agli altri, perché adoro il lavoro in équipe.
Come sei arrivata a questa scelta?
Sono grata a Noemi Sartorato, che ha insistito perché cogliessi questa opportunità. In quel momento avevo ancora altri impegni da concludere e probabilmente avrei rinunciato per portarli a termine. Il suo incoraggiamento è stato importante.
Al di fuori dello studio e del lavoro, che cosa ti piace fare?
Amo lo sport e vado in palestra: è il mio hobby principale. Da quando vivo da sola ho scoperto anche la passione per la cucina, che mi piace condividere organizzando cene con gli amici. Quando sei fuori sede devi costruirti una famiglia anche lontano da casa: per me stare insieme, anche attorno a una tavola, è un modo per farlo.